Lo scorso 3 agosto al Cinema Adriano a Roma abbiamo partecipato alla conferenza stampa del film C’era una volta… a Hollywood. Presenti Leonardo DiCaprio, Quentin Tarantino, Margot Robbie e i produttori Shannon Mcintosh e David Heyman.

A prendere la parola per prima proprio Shannon Mcintosh, che ci ha raccontato il rapporto speciale tra produttore e regista nel caso di un film fuori dall’ordinario come C’era una volta… a Hollywood.

È un percorso sempre emozionante. L’avventura comincia dal momento in cui ti trovi in mano il copione, ti lasci guidare dalla sceneggiatura e inizi a immaginare ciò che potrebbe significare portarla in vita, immagini l’azione, la location, il cast e tutto il resto.

Anche David Heyman, produttore della saga di Harry Potter, non ha potuto che dirsi grato per avuto l’opportunità di lavorare al fianco di Tarantino.

Ho avuto la fortuna di lavorare con molti registi importanti nella mia carriera ma questa esperienza è stata veramente unica. Quentin è favoloso perchè con lui leggere la sceneggiatura è esattamente come leggere un romanzo, così ricca di dettagli, un’opera di invenzione senza fine che dà origine, nel suo svolgimento, a un ventaglio enorme di possibilità. Tanti creano per professione, Quentin crea per passione.

Il primo intervento di Leonardo ha riguardato il personaggio di Rick Dalton e la complessità del rendere sul grande schermo il conflitto interiore e le insicurezze di un attore al tramonto.

Prima di tutto, devo dire che la sceneggiatura di Quentin era assolutamente incredibile. Un ritratto perfetto del rapporto tra i due protagonisti, un attore e la sua controfigura, e della cultura hollywoodiana che cambia mentre l’industria del cinema cerca di sopravvivere a questa evoluzione. Ha cercato di raccontare tutto questo attraverso dei brevi spaccati e inizialmente abbiamo discusso a lungo su quale potesse essere il modo più efficace per restituire un ritratto fedele dell’animo del personaggio in una cornice di pochi giorni appena. Gran parte di questo lavoro si è tradotto nel far recitare il mio personaggio in serie TV che detestava e generare in lui quella sensazione dell’essere costantemente lasciato nelle retrovie. Quindi il nostro processo creativo si è concentrato sull’amplificazione di quei momenti di debolezza e sconforto, quei dettagli che potessero comunicare al pubblico la carica emotiva di quest’uomo, la stessa che poi lo porta a dimenticarsi le battute e a dar di matto nella sua roulotte. Siamo arrivati addirittura all’idea che potrebbe essere bipolare, tanto è angosciato dal suo declino, mentre tutto il mondo va avanti suo malgrado.

Interpretare “un ruolo dentro a un ruolo” ha permesso a Leonardo di tuffarsi in molti dei modelli cinematografici ormai scomparsi, permettendo così tanto allo spettatore quanto a DiCaprio stesso di vivere un’esperienza unica e tutta nuova. Così Leonardo ha raccontato:

Uno dei grandi privilegi di un attore è quello di entrare in contatto non solo con periodi, ma anche con temi che sono molto distanti da te. Saprete certamente tutti che Quentin è un vero cinefilo, ma la cosa impressionante è ne sa altrettanto di TV e musica. E’ stato lui a farmi avvicinare al mondo degli western degli anni ‘50 con cui non sarei mai venuto in contatto altrimenti. Lui li rispetta tanto quanto si possono rispettare i grandi capolavori del cinema, specie quando si tratta di titoli che di solito la gente non conosce e la stessa cosa vale per gli attori. Quindi approcciarsi a quel tipo di filmografia, analizzare certi personaggi e capire in che modo questi abbiano potuto nel corso del tempo esser dimenticati, credo mi abbia aiutato con la creazione del personaggio che interpreto. Certo, Rick può non aver partecipato a tutti i film che avrebbe sognato, ma ha comunque dato il suo contributo all’industria del cinema, seppur magari non se ne renda conto.

E come Rick Dalton, anche Leonardo stesso pensa di avere ancora molti obiettivi da raggiungere con il suo percorso professionale.

Ad essere completamente onesto, sono cresciuto guardando film e non credo che raggiungerò mai quello che hanno raggiunto i miei eroi. Mi sento come se stessi partecipando costantemente a una gara, cercando di migliorarmi, lavorare a film sempre migliori, personaggi sempre migliori, perché loro prima di me hanno fatto talmente tanto e mai mi sentirò all’altezza.

Tarantino e Margot Robbie ha raccontato che effetto fa al giorno d’oggi guardarsi indietro e rivisitare il prodotto della Hollywood degli anni ‘60. Margot in particolare si è detta molto fiera di trovarsi a lavorare nel cinema ai giorni nostri.

Sono veramente felice di trovarmi a lavorare in questo settore in questo periodo, perchè c’è davvero un sacco di spazio per le donne, ci sono tanti ruoli disponibili. Ma se penso agli anni ‘50, ‘60, ‘70, ci sono moltissimi film che adoro e che dimostrano quale sia stata l’evoluzione sino a oggi. Il cambiamento è ancor più evidente per il periodo in cui è ambientato questo film e in generale per la metà degli anni ‘60, quando si stava spianando la strada per le vicende degli anni ‘70. Credo che l’aria di cambiamento sia un tratto comune a quel periodo e al nostro presente.
Inoltre all’interno del film si ritrovanoi tantissimi ricordi di Quentin che s’intrecciano alla trama e rendono tutto più intimo e speciale. Io non ho vissuto l’America nel 1969 ma mi è bastato leggere la sua sceneggiatura per capire subito il suo punto di vista. Fra l’altro Quentin non si affida alla CGI, quindi è tutto letteralmente lì davanti a te. E ormai queste sono cose che non capitano più. Mi trovavo davvero a Hollywood nel 1969.

Tarantino ha poi proseguito entrando nel vivo dei suoi ricordi più speciali legati alla trama del film.

Ho vissuto in prima persona il periodo che racconto, anche se forse diciamo più gli anni ‘70, e ricordo bene cosa significasse andare al cinema. Quando usciva un film, a volte lo trovavi nelle sale anche per un anno intero. Per esempio The Wrecking Crew (ride quando gli fanno notare che in italiano il titolo è stato tradotto con “Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm”) l’ho visto quando è uscito, avevo sei anni e subito rimasi colpito da Sharon Tate. È stata davvero uno spasso in quel film, si vedeva che aveva un dono da comica, e che cosa può esserci di più bello per un bambino di sei anni di vedere questa ragazza carina che continua a inciampare e cadere ovunque senza però mai perdere il suo aplomb? Ne rimasi completamente stregato. Per non parlare poi di quella strepitosa gag finale! Il film in sé è piuttosto patetico, ma lei era fantastica.

La trama cela non solo miei ricordi, ma anche le mie ispirazioni. Il personaggio di DiCaprio non ama gli spaghetti western, a me invece piacciono i film di genere e mi è sempre piaciuto il modo italiano di fare questi film. E parlo di ogni genere, che sia western, giallo, gli italiani hanno preso spunto da altri e li hanno trasformati in qualcosa di completamente nuovo, per un pubblico nuovo, con un’enfasi diversa e nel caso specifico degli spaghetti western, da Corbucci a Sollima fino a Leone, i registi italiani sono passati da critici ad autori, nascendo come appassionati. Ma quello che secondo me rappresenta più di tutti il loro marchio di fabbrica non è semplicemente una visione diversa, ma la loro volontà di creare qualcosa di mastodontico. C’è qualcosa di incredibile in quei film, una sorta di vago surrealismo. Il primo libro che ho letto sugli spaghetti western si chiamava “Spaghetti western: l’opera della violenza” e da tutta la mia carriera sto tentando di creare la mia opera della violenza.

Anche per DiCaprio il film raccontava di un’era che l’attore non aveva vissuto in prima persona, quindi lo studio del personaggio è necessariamente partito da una ricerca relativa al periodo storico in cui è ambientata la vicenda.

La prima cosa che ho fatto è stata quella di cercare su Google tutti gli avvenimenti salienti del 1969, inclusi tutti i film usciti e mi sono reso conto di quanto quel periodo abbia rappresentato un punto cruciale per la storia americana e nello specifico per il cinema americano, che ha spianato la strada per un’era dominata dai grandi registi. Quindi dal punto di vista culturale la vicenda si svolge in un periodo di svolta.

Ma per Tarantino il successo del film, che ha esordito in America con un incasso di oltre 40 milioni di dollari nel primo weekend, si trova in un intreccio di fattori.

Credo che il successo di questo film sia dovuto a una combinazione di fattori. È un soggetto interessante e unico nel suo genere e l’unicità premia sempre, poi anche il cast è certamente un altro elemento importante e forse siamo anche stati bravi a venderlo, siamo riusciti a far arrivare alla gente che si tratti di un film divertente e anche le recensioni stanno dando ragione.

E dopo una serie di collaborazioni con Martin Scorsese, pare che anche la coppia Tarantino-DiCaprio stia diventando una di quelle iconiche di Hollywood. E per Leonardo è una sfida più che una responsabilità.

Credo che se pensassi anche solo alla parola “responsabilità” mi sentirei sopraffatto. A tutti i giovani che mi chiedono consigli per entrare in questo settore io dico sempre “vatti a guardare quanti più film puoi, trova i tuoi eroi, trova le tue influenze, creati la tua identità”. Sai, si dice che ci troviamo tutti sulle spalle dei giganti, basta guardare i film degli anni ‘20 e ci si rende conto di avere a disposizione un mondo di ricchezza da cui trarre ispirazione. Parlando per me, sono stato influenzato da così tanti generi, così tanti periodi della storia del cinema, che spesso non mi chiedo quale sia la mia responsabilità ma piuttosto quale regista sia in grado di portarmi un passo più in là, di farmi superare i miei limiti. Quando hai un copione in mano, sai che devi scegliere il regista che più di tutti sarà capace di tirar fuori da te e da quella sceneggiature la performance che creerà quel raro e autentico legame tra il pubblico e ciò che accade sul grande schermo. E parliamo di un dono unico. Perchè in fondo, secondo me, al timone c’è sempre il regista.

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