“Ho due indicazioni per voi: numero uno, spegnete quei cazzo di telefoni, numero due, Rick Dalton ha una certa opinione sugli spaghetti western che nè io nè Leo condividiamo”

Così Quentin Tarantino ha preparato il pubblico dell’anteprima romana alla visione di C’era una volta… a Hollywood. Sì, perché Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) detesta gli spaghetti western, eppure a un attore in declino non è più concesso scegliere. Siamo al tramonto degli anni ‘60, in una Hollywood che tenta di reinventarsi alla stessa velocità con cui l’America sta cambiando. È il tempo degli hippy e dell’erba, della sperimentazione e degli eccessi, quella tonalità comune all’intera tela su cui Tarantino dipinge il suo nono universo. Le sfumature della realtà e della finzione si fondono e giocano una partita in cui la caratterizzazione del personaggio è l’unico vero arbitro.

Così sorprendenti eppure così familiari, Rick Dalton e la sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) reggono il gioco dal primo all’ultimo secondo, senza mai sbagliare un colpo. Un duo unito da un legame tanto insolito nelle apparenze quanto genuino nelle intenzioni, che eleva all’ennesima potenza il carisma dei due divi protagonisti. Sì, perchè a volte si ha l’impressione che proprio come i loro personaggi, il feeling sia talmente perfetto che nessuno dei due potrebbe funzionare senza l’altro.

Per Brad Pitt, questo film rappresenta un punto di svolta e gli offre l’occasione di cimentarsi una performance che, proprio mentre il suo personaggio evolve da elemento di supporto a eroe del racconto, gli permette di elevarsi progressivamente rispetto al collega DiCaprio e a tratti lasciarlo addirittura nell’ombra.

Agli estimatori di Leonardo DiCaprio, C’era una volta… a Hollywood restituisce un personaggio psicologicamente fuori dall’ordinario, unico nella carriera di DiCaprio per la sua tendenza introspettiva, eppure che a tratti rimanda all’insicurezza di Gatsby, all’eccentricità di Howard Hughes in The Aviator e all’euforia di Jordan Belfort in The Wolf of Wall Street. Senza dimenticare che questo Inception della recitazione piazza Leonardo in una serie infinita di ruoli dentro al ruolo (di cui l’ultimo trailer internazionale ci fornisce un primo spaccato), facendo spaziare la carriera di Rick Dalton da spregevole cowboy a spericolato detective dell’FBI.

Ed è così che come per l’affascinante – anche se non sempre – cowboy di Bounty Law, la storia si trasforma in un rodeo di eventi. Quella che a primo impatto potrebbe sembrare una serie di salti temporali sconnessi l’uno dall’altro, si rivela un puzzle che accosta progressivamente tutti i pezzi che solo nei 20 minuti conclusivi, tanto sanguinolenti quanto esilaranti, rivelano lo scopo ultimo del film.

Il risultato finale fa ridere, riflettere, piangere e divertire, tutto insieme, dall’inizio alla fine, e anche oltre. È ricco di dettagli nascosti (molti dei quali meritano una seconda visione per essere notati) e noi vogliamo lasciarvi giusto con un piccolissimo indizio: non alzatevi ai titoli di coda!

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