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Tre ore di orge, droghe e ogni dissolutezza nella vita di un personaggio che Leonardo di Caprio definisce un moderno Caligola in The Wolf of Wall Street, il nuovo film di Martin Scorsese che segue l’ascesa, la ricchezza e gli eccessi di Jordan Belfort, uno dei broker di maggior successo di Wall Street alla fine degli anni 80 grazie a vendite fraudolente di azioni spazzatura e ad ogni disprezzo per la legge. Il film, in lizza per la candidatura a miglior commedia dell’anno da parte della Hollywood Foreign Press, mette Martin Scorsese, 71 anni, in piena corsa all’Oscar. Esce negli Usa il giorno di Natale e il prossimo gennaio in Italia.

Signor Scorsese, che differenza vede fra i criminali di film come Quei bravi ragazzi e questi personaggi di Wall Street?
“La criminalità organizzata è pericolosa e fa del male alla gente. Tuttavia sotto la superficie di una apparente legalità si fanno ancora più danni ma si fa di meno per impedirli. Questa mentalità viene incoraggiata e accettata dalla nostra cultura, quindi penso sia ancora più pericolosa”.

È quello che pensa di Wall Street?
“Il modo in cui abbiamo fatto la storia di Wolf vuole essere provocatorio. Onestamente non capisco molto del mercato, ma non importa, sono convinto che siano tutti più o meno ladri. Quella è la mentalità, il consumatore deve fare attenzione perché verrà imbrogliato. Mi domando se debba essere per forza così, se dobbiamo vivere in un mondo in cui l’unica cosa che importa è essere ricco, a qualunque costo. Forse alcuni pagano andando in prigione, a volte è successo, ma i veri responsabili al massimo se la cavano con qualche grossa multa. E’ una cosa che non mi piace, non mi piace che Wall Street abbia un effetto così devastante e continui ad averlo. L’abbiamo visto nel passato. Sono veri soldi o è tutto sulla carta? Sono cresciuto in un quartiere italoamericano a New York, l’America che conoscevo alla fine degli anni 40 e 50 era il paese della ricerca della felicità, dell’eguaglianza dei diritti, per la quale la lotta ha raggiunto l’apice negli anni 60. Io stesso ho tratto beneficio da quelle opportunità, ma questo non significa che tutta la vita debba essere indirizzata verso la ricchezza. Questa filosofia ha preso il sopravvento negli ultimi 30 anni e mi sembra che sia molto pericolosa”.

Come ha scelto lo stile del film, così da commedia?
“Io ho sempre la tendenza a mettere la commedia nei miei film. Il lato comico o meglio il dark humor nella vita e nelle avventure di gente come Jordan Belfort viene dalla loro situazione. Questo film è tutto basato su cose veramente successe e che anzi ho abbassato di tono. Cose buffe succedevano ogni giorno, sul posto di lavoro, di notte nelle loro case e nei club. Mi sento a mio agio nell’analizzare una situazione seria nei suoi lati umoristici o assurdi”.

Ci sono analogie stilistiche con Quei bravi ragazzi o Casinò
“In superficie sì, non c’è dubbio. Ma quello che ho cercato di fare è ricreare il mondo di questa gente ed esporlo al pubblico, senza giudicarlo. Persone che imbrogliano, mentono, afferrano tutto ciò che vogliono perché possono e nessuno li ferma. La moralità non esiste, non c’è alcuna esitazione nel cercare ogni soddisfazione. Il mio personaggio all’inizio dice: “sono un drogato e mi piace”, non si sente in colpa. Questo non significa che debba piacere anche a noi. Ho cercato di mantenere quell’approccio arrogante e provocatorio per tutto il film”.

Non ha provato imbarazzo a girare le scene delle orge?
“Certamente avevo bisogno della massima libertà e l’ho ottenuta. E’ stato un lavoro faticoso, con molta coreografia, abbiamo dovuto mantenere un gran senso dell’umorismo. E’ vero, nessuno dei miei film mette in scena tanta sessualità. L’intenzione non era quella di girare qualcosa di sessualmente eccitante, ma qualcosa che c’è, fa parte del lavoro, della casa, dell’ufficio di quelle persone. È un sesso più profano che sacro, un’oscenità che riflette la mentalità oscena di quel business e che, mi auguro, farà riflettere su quali siano i veri valori nella vita”.

Ha dovuto tagliare qualcosa di troppo esagerato? 
“Sapevamo che stavamo facendo qualcosa che doveva forzare i limiti, essere eccessivo senza essere noioso, doveva funzionare. Leonardo parlava molto con Belfort, e se Leonardo veniva da me con idee eccessive la mia reazione era che dovevo provarle. Alcune le ho usate: la scena in cui Leonardo tira l’aragosta all’agente dell’Fbi, a bordo del suo yacht, non era nel copione. Leo mi ha detto “mi sento di tirargli un’aragosta addosso”, e gli ho risposto, provaci. Mi è piaciuta, ed è rimasta nel film. Quella scena, sullo yacht, in cui Jordan si sente così arrogante e sicuro di sé da poter corrompere un agente dell’Fbi e cavarsela, è la chiave del film. Il film è come volevo io, con le sue 2 ore e 50, che sono assolutamente intenzionali. Anche se è molto lungo, secondo gli standard degli studios”.

Da: La Repubblica