Visto che molti fan di Leonardo DiCaprio sono anche amanti di cinema in generale e vorrebbero scrivere su questa loro grande passione, abbiamo pensato di dare l’opportunità ad alcuni di voi di scrivere un articolo per il nostro sito. Se ve la cavate con la penna e avete scritto un articolo interessante che pensate starebbe bene tra le pagine di LeoDiCaprio.it, da oggi avete la possibilità di invarcelo e magari vederlo pubblicato! Potete trovare tutte le indicazioni su cosa scrivere e come inviarcelo cliccando qui.

Oggi siamo lieti di presentarvi l’articolo della nostra lettrice Emanuela, che con la sua brillante recensione de “Il Grande Gatsby” ci ha dato l’idea per intraprendere questa nuova iniziativa. Mettetevi comodi, godetevi l’articolo e ovviamente non dimenticate di farci sapere cosa ne pensate!

“È invariabilmente triste guardare con occhi nuovi cose alle quali ci eravamo già adattati”. Così scrive in un passaggio de Il Grande Gatsby F. Scott Fitzgerald. Chissà allora cosa avrebbe detto dell’interpretazione della sua opera da parte del regista australiano Baz Luhrmann. Nulla di buono a mio parere.

Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann è stato indubbiamente uno degli eventi cinematografici dell’anno: artisti più e meno famosi hanno partecipato alla sua realizzazione, innalzando a livelli inimmaginabili le aspettative sullo stesso. Io sono andata al cinema a vederlo e queste sono le mie riflessioni sull’ultima creazione del regista australiano.L’opera in questione è probabilmente una delle più famose dello scrittore statunitense F. Scott Fitzgerald: in meno di 150 pagine è stato in grado di ricreare un mondo sfavillante, decadente e denso di emozioni allo stesso tempo. Baz Luhrmann è stato in grado di interpretare  al meglio i coniugi Buchanan: la loro totale non curanza verso il prossimo, la loro incapacità di amare (nel vero senso profondo del termine) e la loro infantilità sono mostrate in tutta la loro grandiosità. Daisy Buchanan, interpretata da Carey Mulligan, sembra che abbia realmente “la voce piena di soldi”, come diceva lo stesso Gatsby. Tom Buchanan (alias Joel Edgerton), aiutato forse anche dal completino attillato da cavallerizzo, mostra tutta la sua imponenza sia nell’ambito fisico che nella sua inettitudine: leggere “libri con parole difficili”  per una persona di questo genere, non è cosa da poco. Anche i coniugi Wilson sono stati ben rappresentati: Myrtle (alias Isla Fisher), con il suo temperamento eccessivo e la sua vita parallela con Tom; il signor Wilson, dalla sua totale sottomissione alla moglie, alla follia omicida che lo porta ad uccidere Gatsby e sé stesso, è interpretato alla perfezione da Jason Clarke.

Tuttavia il regista non è stato in grado di riprodurre per tutti i personaggi quella tipica dose di magia e mistero che pervade le opere dell’autore statunitense, interpretando approssimativamente i contenuti dell’opera: la sceneggiatura è stata scritta con una certa superficialità, sorvolando su aspetti e personaggi particolarmente rilevanti nella storia.  Analizziamoli uno per uno.

Indubbiamente la scena della festa a casa Gatsby, con fiumi di Moët, porporina e maschere è una delle più belle e che meglio rappresentano l’amore del regista per i colori accesi e le azioni veloci. In generale rappresenta quello che, secondo l’immaginario comune, avrebbe potuto essere una festa a casa Gatsby. Avrebbe. Perché in realtà gli sceneggiatori hanno modernizzato il concetto di  “festa piena di eccessi” da come inteso nell’opera originale: il Grande Gatsby è stato scritto durante gli anni del jazz, dove il foxtrot era considerato un ballo eccessivo. Se ora provaste a riadattare la stessa scena del film con questa consapevolezza, sono certa che non ci riuscireste.

Il personaggio “Occhi di Gufo” è uno dei più bizzarri del libro: sicuramente nessuno di voi ricorderà chi sia, ma tutti certamente ricorderete il simpatico vecchietto con gli occhiali spessi che passava le serate a casa Gatsby nella biblioteca, anziché alla festa. Questo personaggio, per quanto apparentemente secondario, ha avuto un ruolo fondamentale nella fine di J.G. : fu l’unico, tra tutti quelli che frequentavano le feste a casa Gatsby, ad andare al suo funerale. In un modo o nell’altro occhi di gufo aveva conosciuto il protagonista attraverso la selezione dei suoi libri (“Vedete? è roba autentica! Quest’uomo è un vero Belasco. È un trionfo.”) portando con sé un po’ di quell’umanità che scarseggia nel romanzo. Tuttavia non fu la sola persona che pensò di andare a rendere omaggio alla salma di Gatsby: nelle ultime pagine del libro, Nick Carraway parla di una macchina che si fermò nel vialetto, davanti ai gradini di casa Gatsby. Vero è che potrebbe essere stato un giornalista di passaggio, ma nulla ci vieta di immaginare che nel piccolo cuore volubile di Daisy Buchanan si sia accesa una piccola fiamma di compassione e che sia stata condotta ai gradini della grande villa.

Un altro personaggio rappresentato con altrettanta poca attenzione è lo stesso protagonista della storia : nonostante la bravura di Leonardo di Caprio, esso appare opaco e certe volte anche volgare. Il personaggio di Gatsby è affascinante, raffinato, misterioso, dotato di una eleganza innata smorzata dall’onnipresente intercalare di “old sport” (vecchio mio, in italiano). Personalmente ho apprezzato molto la decisione del regista di non mostrare il viso di Gatsby fino all’ultimo, in un trionfo di fuochi d’artificio e champagne; tuttavia non posso ignorare la caduta di stile avuta nella scena principale  quando Daisy, Tom e Gatsby affrontano LA questione: Gatsby, infatti, non avrebbe mai perso il controllo in quel modo, lasciandosi completamente andare all’ira. Nella scena in questione il suddetto, rimbeccato da Tom Buchanan, viene preso da un accesso di ira che tuttavia viene espresso solamente da un cambiamento di espressione, quella di chi ha “ucciso un uomo” ma nulla di più. L’agitazione che seguiva era dovuta al profondo terrore di Gatsby di dover perdere un’altra volta l’amata Daisy. A controprova di questo autocontrollo di Gatsby, nelle ultime pagine del libro viene riportato il “Programma e Decisioni Generali” di vita di Gatsby:

Sveglia ore 6.00

Esercizi manubri e spalliera 6.15-6.30

Studio elettricità etc.  7.15-8.15

[…]

Esercizi di Eloquenza contegno e come raggiungerlo 17.00-18.00

Questa lista, datata ottobre 1906, è stata seguita con fedeltà da Gatsby: sono necessari anni per poter raggiungere un certo portamento e mantenerlo, cosa che lui fece.

Nelle “Decisioni Generali” troviamo un altro punto trascurato volontariamente dal regista australiano:

Essere più bravo coi genitori.

Al funerale di Gatsby venne anche il padre del suddetto: non era morto, ma semplicemente viveva lontano dal figlio. Lo stesso figlio che aveva comprato un appartamento al padre per farlo vivere in comodità. Lo stesso figlio che era stato amato dal padre tanto da venire mostrato con profondo orgoglio in una foto ormai logora. La figura del padre non viene mai citata in tutto il libro, se non nelle ultime pagine, descritto come un uomo semplice che aveva compreso le potenzialità del figlio solamente quando questi era andato a trovarlo dopo anni dalla fuga di casa. “Jimmy era destinato a farcela”, dice a Nick.

Infine il titolo per la ‘peggior rappresentazione’ va a Nick Carraway ( alias Tobey Maguire ). Si può comprendere che, dopo aver conosciuto una persona come Gatsby il mondo appaia scialbo e meschino, ma non a livello di internazione al manicomio. Nel libro il buon vecchio Nick torna a casa dai suoi genitori nel Midwest, lasciandosi alle spalle la decadente New York. La recitazione di Tobey Maguire non rientra di certo tra le sue peggiori rappresentazioni, tuttavia non è nemmeno la migliore: quello sguardo vacuo e inespressivo alla lunga sfinisce.

In conclusione, la maggior critica che si possa addurre a questo film è nella mancata capacità di rappresentazione dei personaggi e del messaggio del libro, dando eccessivo peso alle coreografie e agli effetti in 3D. La verità è che l’opera di Luhrmann si è scrollata di dosso quel mantello letterario che solitamente accompagna tutti i grandi film basati sui classici della letteratura.

Personalmente ritengo che questo film non sia da Oscar in quanto la sceneggiatura, pur essendo non originale, avrebbe potuto essere stesa in modo migliore così da permettere agli attori di esprimere al massimo le loro potenzialità. Non escludo tuttavia una eventuale nomina per ‘miglior colonna sonora originale’: il mix di stili musicali eterogenei ha convinto molti critici, i quali hanno apprezzato alcune canzoni remixate e adattate per il film.

Nonostante siano stati concessi Oscar ad attori con film e sceneggiature alquanto dubbie, credo che Leonardo di Caprio non riuscirà nell’impresa nemmeno questa volta. DiCaprio è un attore capace, che ha dimostrato chiaramente di voler cambiare stile di recitazione e di distinguersi dalla massa informe di attori holliwoodiani: ha avuto la sua rivincita con chi lo credeva un attore finito quando ha girato “Prova a Prendermi” e “The Aviator”. Con quest’ultimo film ha definitivamente segnato una rottura con il passato, lanciandosi in una serie di film sempre più complessi, portandolo ad interpretare ruoli sempre più impegnativi.  Tuttavia non credo che abbia ancora trovato il giusto ruolo nel quale esprimere con scioltezza la sua abilità e il suo amore per la complessità. La sua interpretazione di Gatsby è stata notevole: è riuscito a trasmettere quel fascino, stile e calore che ci si aspetterebbe da questo  personaggio. Tuttavia, credo che un vero amante delle interpretazioni di mister DiCaprio non sia rimasto estasiato da questa performance: come dimenticare un personaggio come Dom Cobb (cfr. Inception) o come Edward “Teddy” Daniels (cfr. Shutter Island)? Ma nonostante tutto, da donna quale sono non posso negare il fremito che ha avuto il mio cuore quando l’inquadratura si è stretta sul viso dell’attore, lasciando spazio solamente a quello sguardo, che almeno una volta nella vita una donna vorrebbe sentire su di sé.

Articolo di Emanuela Bonfadini per LeoDiCaprio.it